Vita minima #10: Franco F.

Uscì di casa e si accorse di essersi dimenticato il cappello. Lo sentì dal modo in cui l’aria gli lambiva i lati della testa e gli scompigliava i capelli ordinatamente pettinati all’indietro. Nonostante avesse fatto appena pochi passi tornò di corsa verso la porta d’ingresso e rientrò velocemente in casa.

Il cappello era al suo solito posto: appeso all’attaccapanni nel corridoio d’entrata. Lo prese e lo rigirò tra le mani, come se lo vedesse per la prima volta. Passò un dito sulla stoffa ruvida e consunta della tesa e infine lo infilò, sentendolo calzare perfettamente sulla testa. D’altronde – quant’era? Fece un rapido calcolo: quasi venticinque anni – non usciva mai senza cappello da casa. Era davvero strano che quella mattina se lo fosse dimenticato. Non era successo nulla di diverso rispetto agli altri giorni e non era né di fretta né perso in altri pensieri.

Andò in camera da letto e si guardò nel grande specchio che occupava un’anta intera dell’armadio. Girò su sé stesso per un paio di volte e trovò che non ci fosse nulla di fuori posto: la giacca marrone a spina di pesce, il nodo della cravatta ben annodato e il suo cappello sulla testa. Lo sistemò ancora una volta, con tocchi brevi delle dita. Tornò in corridoio, aprì la porta e si rimise in strada.

Con il cappello in testa avrebbe dovuto sentirsi a posto, invece d’un tratto si fermò in mezzo al marciapiede e pensò che poteva tornare a casa, telefonare in ufficio e darsi per malato, quella mattina. Un giorno soltanto. Da quanto non prendeva un permesso per malattia? Poi però scosse la testa e pensò che era un’idea davvero stupida. Riprese a camminare. Gli venne in mente un film che aveva visto qualche sera prima e si convinse che l’essersi dimenticato il cappello doveva essere una specie di segnale: qualcosa doveva succedere.

Guardò più del dovuto da entrambi i lati della strada prima di attraversare sulle strisce pedonali. Evitò di prendere il primo autobus che arrivò alla fermata – era troppo pieno – e, salito sul successivo, tenne la valigetta sulle ginocchia, la mano stretta attorno all’impugnatura di cuoio. Forse doveva capitare qualcosa sul posto di lavoro, pensò.

Passò tutta la giornata aspettando che qualcuno bussasse alla porta del suo studio e gli comunicasse qualcosa di grave. Venne solo Ricci, a metà mattina, per chiedergli se voleva un caffè. Rifiutò.

Tornando a casa – nel breve tratto di strada in cui il buio era rotto solo dal debole cono di luce d’un lampione – si guardò indietro più volte, certo che qualcuno lo stesse seguendo. Entrato nel suo appartamento si richiuse la porta alle spalle con un sospiro e si concesse una lunga doccia. Quella sensazione che gli stringeva lo stomaco non sembrava volersene andare.

Con l’accappatoio ancora addosso raggiunse la cucina e aprì il cassetto di una piccola credenza che per un attimo gli sembrò troppo vuota e troppo ordinata. Prese il martello e un chiodo lungo e fine. Piantò il chiodo sulla porta d’ingresso con una serie di piccoli colpi. Prese il cappello dall’attaccapanni e lo appese lì. Indietreggiò di qualche passo. Il cappello, ora, era giusto all’altezza del suo sguardo. Non avrebbe potuto più dimenticarselo. Rimase qualche secondo a fissarlo. Si sentì subito meglio.

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Published in: on 17 febbraio 2011 at 18:48  Lascia un commento  
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